
Capolavoro di Jean Genet, liberamente ispirato a un fatto di cronaca, accaduto nel febbraio del 1933
a Le Mans, che scosse l’opinione pubblica francese negli anni Trenta, “Le Serve” è un perfetto
congegno di teatro nel teatro che mette a nudo la menzogna della scena, «uno straordinario esempio
di continuo ribaltamento tra essere e apparire, tra immaginario e realtà», nelle parole di Jean-Paul
Sartre.
La storia scritta da Genet è quella di due cameriere che allo stesso tempo amano e odiano la loro
padrona, Madame. Le serve hanno denunciato il suo amante con delle lettere anonime. Venendo a
sapere che l’amante sarà rilasciato per mancanza di prove, e che il loro tradimento sarà scoperto,
tentano di assassinare Madame, falliscono, vogliono uccidersi a vicenda; una di esse si dà la morte.
Genet presenta le due sorelle, Solange e Claire, nella loro vita quotidiana, nell’alternarsi fra
fantasia e realtà, fra gioco del delirio e delirio reale. A turno le due cameriere recitano la parte di
Madame, esprimendo così il loro desiderio di essere “la Signora” ed ognuna di loro, a turno, interpreta la parte dell’altra cameriera, cambiando lentamente atteggiamento, dall’adorazione al servilismo, dagli insulti alla violenza.
La rivolta delle serve contro la padrona – spiega la regista
Veronica Cruciani, che cura anche l’adattamento con la traduzione di Monica Capuani – non è un
gesto sociale, un’azione rivoluzionaria, è un rituale.
Questo rituale è l’incarnazione della frustrazione, l’azione di uccidere l’oggetto amato ed invidiato
non potrà essere portata a compimento nella vita di tutti i giorni, viene ripetuta all’infinito come un
gioco. Tuttavia questo gioco non raggiunge mai il suo apice, la messa in scena che le due sorelle
compiono viene continuamente interrotta dall’arrivo della padrona.
Secondo Sartre questo fallimento è inconsciamente insito nel cerimoniale stesso che le serve
mettono in scena; il tempo sprecato nei preliminari non porterà al compimento del rituale. Anzi
questo rituale diventa un atto assurdo, è il desiderio di compiere un’azione che non potrà mai
superare la distanza che separa il sogno dalla realtà. Una fallimentare ripetizione magica, il riflesso
deformato del mondo dei padroni, che le serve adorano, imitano, disprezzano.
Veronica Cruciani (Premio della Critica e Hystrio), ambienta la vicenda in una città
contemporanea, valorizzando dunque i temi, attualissimi, del potere e del genere. Il ruolo di Madame è affidato a Eva Robin’s, icona pop del transgender dall’originale percorso teatrale (ha recitato, fra gli altri, Cocteau e Beckett ed è stata candidata all’Ubu per “Tutto su mia madre”). A interpretare le bonnes, due giovani attrici cresciute alla Scuola dello Stabile di Torino: Beatrice Vecchione – già diretta da Malosti, Martone e Muscato e Matilde Vigna, Premio Ubu 2019 come Migliore attrice under 35, Premio Eleonora Duse stagione 2020/21 e finalista al Premio Ubu 2022 miglior novità drammaturgica italiana con “Una riga nera al piano di sopra”.
